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findus

– Distruggono le parole, la loro verità.

– Sta per partire un “pippone”?

– Moderato.

– Io andrei.

– Rimani, è importante, condividiamo.

– Dividere con.

– Parlo di condivisione autentica.

– Come la riconosci?

– Ti chiedi: “ma lo faccio?” e poi senti un po’ di non volerlo fare, però lo fai. Ti comprometti.

– Chiara come sempre.

– Non sono Chiara. Quando rientravo da scuola e mia madre aveva cucinato i sofficini arrivava sempre mio cugino a pranzo e dovevamo dividerne quattro in quattro, e me ne toccava uno solo. Mi arrabbiavo da morire, i sofficini capisci? “Mamma sono pochi!” e lei: “Non importa, li dividiamo”.

– Immagino lo strazio e quel maledetto sorriso poi, che più ci provavi e più il formaggio straripava.

– Immagini bene. Li mangiavamo raramente, i surgelati rientravano nella categoria cibo da madre assente e il cibo era prendersi cura.

– Ieri abbiamo ordinato una pizza, non mi ami più?

– Non sono tua madre.

– Sono tua sorella.

– Poi mio cugino li mangiava, e mentre li mangiava ridevamo un sacco e mi diceva delle cose belle, e  l’arrabbiatura la dimenticavo. La sera dormivo con lui, io ero piccola e ascoltavo il suo cuore: “perché dentro il tuo petto c’è tutto questo rumore?”gli chiedevo, “c’è un fabbro che lavora!” mi diceva lui. Fino a dodici anni ho creduto che in ognuno di noi ci fosse un piccolo fabbro al lavoro. Giocavamo anche alle capitali, ma adesso non me ne ricordo neanche una. Ho imparato così a condividere, però le capitali no.

– Ah! se non ci fosse stata la Findus.

– Oggi basta un tasto per non imparare.

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AFTER EIGHT

Immagine

– Ascolta questa canzone: http://www.youtube.com/watch?v=EDn7-xC2A8E

– No, ti prego Damien Rice no! Sicuro che mi metto a piangere qui, in ufficio. Se l’ascolto piango.

– Damien Rice fa piangere, è vero, anche se sei allegro metti Damien Rice e ti viene da piangere.

– Oh! Lo sai chi è uno che fa piangere?

– Chi è? Damien  Rice per caso?

– Brava, come hai fatto a capirlo?

– Intuito piantistico. A quindici anni mi piaceva un sacco piangere, anche a sedici, pure a diciassette. “Ora me ne vado un po’ a piangere”, direzione camera: passo deciso, chiudi porta, accendi stereo, metti cassetta, spegni luce, letto, pianto. Poi mio fratello, e io: “vattene! chiudi!”(che devo piangere). Non è che fossi triste, è che proprio mi piaceva, mi quietava, mi riscaldava, poi stavo meglio. Quasi sempre in inverno, di pomeriggio, ma doveva essere buio. E se non mi veniva per niente tenevo le palpebre spalancate, e prima o poi le lacrime sarebbero scese e poi stavo meglio. Ogni tanto dicevo a mia madre “ma’ mi viene da piangere” “perchè?” “boh, non lo so, così”, “e piangi amamma”. E piangevo, e poi stavo meglio, ma non è che prima stessi male, mi piaceva.

– Sono commosso.

– Anche io, https://www.youtube.com/watch?v=5YXVMCHG-Nk, spegni la luce, così piangiamo un po’.

– Dopo staremo meglio. Ma sono in ufficio, dici che posso?

– Devi.

Se ti piace la frutta

Foto del 10-12-12 alle 14

A – Volevo essere una melagrana.

L – Ecco.

A – Davvero, sono seria.

L – Vorrei evaporare, adesso.

A – Ho detto che sono seria.

L – E io ho risposto che vorrei evaporare, adesso.

A – Con quanto desiderio compri una melagrana, ammesso che tu ne abbia mai comprata una?

L – Non ne ho mai desiderata una, figuriamoci comprata.

A – Non la compra nessuno, non la compra nessuno. Lo so.

L – L’inutilità fatta frutto.

A – Mi piace perché è forte. Mi piace la ritualità necessaria: l’accuratezza, la pazienza e il silenzio di quando la mangio. Perché un grano non ha senso senza un altro grano.

L – Perché celebra l’unione.

A – Perché è buona nell’insieme, migliore con l’altro. Perché non sazia. Perché quando è vecchia diventa leggera, perché è rossa, trasparente. Perché protegge il cuore.

L – È solo un frutto.

A – E tu non ci credi. E io mi sento così.

Me mento

– Come stai?

– Bene, tu?

– Bene.

– Bene?

– Sì, bene?

– Bene davvero?

-Sì.

– Tutto ok quindi?

– Sì. Sì.  Sì. Sì.  Sì. Sì.  Sì. Sì.  Sì. Sì.  Sì. Sì.  Sì. Sì.  Sì. Sì.  Sì. Sì.

– Tu menti.

– Memento. Ero piccola, il servizio a domicilio per me era: servizio ad omicidio. “Mamma ma come può essere? Il commesso arriva e ammazza la signora che ha ordinato la spesa?  Un chiodo fisso: il fattorino killer, immaginavo la scena con esattezza e precisione maniacale, quanto sangue. “Ma questi sono pazzi che chiamano per farsi ammazzare?”. Del resto per me gli apostrofi erano gli apostoli e tutte le volte che dovevo usarne uno immaginavo una tristissima storia di lettere dell’alfabeto costrette ad abbandonarsi. La a di una litiga con la o di oca e scappa via lasciando la sua codina, l’apostolo per l’appunto. Un’oca. “Stronza di un’oca, chissà quanto starà soffrendo la a, almeno l’un, lui non fa male a nessuno” . I maschi sono sempre più tranquilli e paciosi delle femmine. Mi piaceva “un” almeno lui non faceva del male a nessuno.

– Perché mi dici questa cosa?

– Ti racconto della fantasia, di quando la mia fantasia funzionava a meraviglia. Voglio ridere con te. Mi piace ridere con te. Riderei sempre.

– Fammi ridere ancora.

– Erano gli anni ’80, Maria era incinta. Erano di gran moda quelle larghissime cinture nere elasticizzate. Maria ne indossava sempre una di discutibile bellezza. “Ah! Ecco perché Maria è incinta”, in-cinta: aveva la cinta. Senza cinta non potevi essere incinta. Quindi se mia madre diceva di qualcuna senza cinta che era incinta io mi confondevo e non capivo. Ero così.

– E adesso?

– Adesso è  peggio. Con o senza cinta mi confondo lo stesso.

– Sei incinta?

– Babbeo.

– Smettila di ridere.

– Ci sono così tante cose che sappiamo solo io e te,  siamo al sicuro.

– Non lo siamo.

– Non lo siamo davvero.

– Devo andare, ti lascio la mia codina.

– Sono un.

Contrazioni

LEI – Questo reparto mi piace, c’è la vita. Il resto no, ma questo sì.

LUI – C’è la vita, delle volte no.

LEI – Quelle volte è meglio non esistere.

LUI – Infatti smetti di esistere.

LEI – Sì, ma è tardi, ci sei stato, non è la stessa cosa.

LUI – Posso concordare con te sul fatto che generalmente non è un luogo di felicità, eppure è necessario che esistano posti come questo, funzionali alla vita.

LEI – Viste da fuori quelle luci accese, quei rettangoli di storie che non riesco neanche ad immaginare, mi fanno paura.

LUI – Potrebbe essere la storia semplice di una tonsilla.

LEI – Potrebbe essere la storia complessa di un cuore che va a male, di  mani che non stringeranno, di occhi che non vedranno mai più.

LUI – Potrebbero essere storie di ferite, di sangue. Storie che iniziano e finiscono, si consumano, senza spettatori. Dovrai fartene una ragione “ormai sei grande”, questo tuo modo di vivere irreale non ha più tempo.

LEI – Non credo sia possibile. Non è un modo, è un luogo. Dove vivo tutto questo non è necessario, non ci sono ragioni, non servono.

LUI – Ah si? Usufruite anche di droghe liberamente?

LEI – Dove vivo io non c’è bisogno di alterare la percezione con nessuna sostanza.

LUI – Quando fai così ho paura, lo sai?

LEI – Anche io, ho paura per te.

LUI – Questa è la realtà. Sei qui con me. Questa è casa. Telefono-casa.

LEI – Sono qui con te, non è detto che sia casa. E.T. ritorna da dove è venuto.

LUI – Devi smetterla di bere quelle tisane.

LEI – Non sentirti migliore. Ti prego.

LUI – Ma migliore di chi? di cosa? cosa diavolo stai blaterando? Ricordi il numero della stanza?

LEI – Dico la verità, nient’altro che la verità. Venticinque mi pare.

LUI – Ne hai ancora per molto? Sbrigati o non ci faranno più entrare.

LEI – Io non sono come te, cioè sono come te, ma vivo altrove. Volevo dirtelo.

LUI – Certo, hai fatto bene a dirlo. Adesso lo so, accelera però.

LEI – Non ti amo più  (lo dice mentre salgono delle scale, lui è avanti di una rampa, lo dice da lontano a voce alta. Lui sale l’ultimo gradino e si blocca davanti alla porta d’ingresso del reparto di ostetricia, rimane immobile, senza guardarla).

LEI – Non vivo qui, non vivo così. Non posso portarti con me (sempre da lontano, a voce alta).

LUI – … (esita qualche altro istante e senza guardarla, entra nella stanza n. 25, lei lo segue.)

(Ci sono diverse culle e ognuna di esse ha dei cartellini con nome e cognome del neonato. Dopo aver letto si fermano davanti ad una di queste guardandoci dentro)

LUI – Perfetta.

LEI – Un invito a rinascere.

LU – Eppure non puoi. Torniamo a casa, vieni con me.

LEI – No.

(Dopo qualche minuto lasciano la stanza n.25, scendono le scale, in silenzio, senza guardarsi. Fuori dall’ospedale è buio, è freddo, è subito sera. Lei attraversa la strada rapidamente gettandosi contro un auto in corsa).

http://www.youtube.com/watch?v=i6Dpx7nfKSQ

Tiger Mountain Peasant Song (only audio)

– Ho guardato oltre, non sono salita fin lassù, ma giuro che  ho guardato.

– Dovevi salirci, i patti erano chiari. Guardare da lontano non sarebbe bastato, lo sapevi.

– Non ce l’ho fatta.

– Puoi vederla? Riesci a scorgerla?

– Tutti i giorni della mia vita.

– È lì che dovresti essere adesso. La cima di quella montagna è il tuo posto.

– Sono qui, ferma. Ho male alle gambe, non vedi? Tremano, sono deboli e magre. I polmoni sanguinano, non c’è aria che basti a riempirli. Il buio arriva troppo presto, ogni sera il tempo si consuma.

– Quindi hai deciso, è qui che rimarrai?

– Non ho deciso, sono costretta.

– Sei una bugiarda. La verità non tarderà ad arrivare.

– È già qui, ma potrebbe non essere la mia. Io sono diversa, sono malata.

– Quella montagna, quella lassù, la vedi? è la tua cura. Così lontana, terribilmente alta, è lì, c’è: la tua cura.

– Non esistono cure, non posso salvarmi, che tu ci creda o no.

– Tutti possiamo salvarci. Le cicatrici della pelle, i polsi rotti, gli occhi lucidi e i nodi alla gola. Esistono luoghi lontani da tutto questo. Devi andare, adesso.

– Non posso, è qui che abito, ho cose sulle mie spalle.

– Dalla finestra lei dominerà incontrastata, non lascerà passare neanche un raggio di sole, farà di te una terra arida e disabitata.

– Ormai è tardi. Non valgo neanche la vita che vivo. Sono come il vetro rotto. Le vedi le mie mani? non hanno tatto, toccano niente. Non ho più paura, lo sai? Non ho più anni, non ho più  fame. Solo grandi cose sulle spalle, devo sostenerle senza farle cadere giù. Il mio ruolo adesso è questo: sostenere cose invisibili.

– Nessuno di noi ha un ruolo in questo mondo, tutti troppo codardi. Pensa alla tua bocca, riempila di forza, respira e sali. Lentamente, senza fatica, con il piacere di un incessante andare. Ti terrò la mano, potrai sentirne la forza.

– Devo dormire, i miei occhi sono di carta, tagliano. Lasciami qui.

S. Zissou

– Quella volta eri vestito di bianco, ti mancava il cappello e saresti stato identico all’uomo del monte.

– Non ricordo di aver mai indossato nulla di bianco.

– Ma io sì.

– Se lo dici tu.

– Lo dico io. Ti dico anche quanto batteva veloce il cuore. Tu eri tranquillo. Tu sei sempre tranquillo. Cazzo che nervi.

– Sono tranquillo, dovrei farmene una colpa?

– Può sembrare egoismo, distacco, superficialità. Invece sei solo tranquillo. Quando uno fa quello che può con tutta la forza del mondo, appare così. Calmo. In pace con se stesso.

– Hai stima di me a quanto pare.

– Adesso sì. Prima non capivo.

– Adesso sì?

– Adesso so che bisogna essere come te. Ma io non ci riesco e non posso fartene una colpa. Non posso odiarti per una mia incapacità. Prima di odiarti però mi piacevi.

– Evo? Lo so. Però tu eri diversa.

– Aci. Ero spaventata e tu non mi hai aiutata.

– Io non potevo.

– Tu non volevi.

– Sai come la penso. Bisogna farcela da soli.

– Avevi paura.

– Avevo altro/e per la testa.

– Avresti potuto insegnarmi un sacco di cose.

– L’ho fatto, ma tu non volevi imparare.

– Sistemavo gli spazzolini. Costruivo casa nostra e tu neanche lo sapevi. Adesso mi viene da ridere.

– Fortuna, ci viene ancora da ridere.

– Certe volte ti guardo. Mi sento a casa, anche se non ci sono mai stata. Sono passati dieci anni, avrei voglia di baciarti, ma adesso è tardi?

– Forse no. Non lo so. Non credo. No? tu che dici?

– Un mio amico una volta ha fatto finta di baciare una,  si è sentito come come dopo un bacio vero. Quello stesso amico ogni tanto si sente come me e io come lui.

– Sente che tutto ancora deve accadere.

– Immagina, lavora di fantasia.

– Di erotismo.

– Di passione. Sento questo quando lo guardo. Sento un filo legato alle nostre caviglie che attraversa il mare, ricoperto di sabbia, invecchiato, consumato, sott’acqua.

– Sotto il letto.

– Dentro il letto.

– Altro che letto.

– Non chiedermi niente. Sta’ zitto. Possiamo usare il nostro mondo.

– Sfiorare le nostre labbra, toccare i nostri corpi senza nessun pudore.

– Solo la mente. Senza spargimento di sangue.

– Senza malizia, a distanza ravvicinata.

– Vuoi sentire il colore della nostra affinità?  Il mio odore? La mia pelle?  Rimanere tutto il tempo necessario; è questo che vuoi?

– Voglio te, ma senza te, è complicato da spiegare.

– Ho capito benissimo. Sta’ zitto. Non parlare. Sta’ fermo. Poi tutto questo passerà, nessuno di noi due sarà al fianco dell’altro.

– Nessuno di noi due ha mai voluto questo.

– Vorrei sentire lo stesso desiderio fra trent’ anni. Sapere che sarà così.

– Che lavoreremo di passione…

– Di fantasia…

– Di erotismo.

– Dentro il mio tailleur, i tuoi pantaloni bianchi…

– Mai.

– Prima o poi anche tu ne avrai un paio. Li indosserai e guarderai le tue caviglie. Ti sentirai così, come adesso. Come adesso?

– Mi sento bene adesso.